Memorie dalla guerra d’Africa L’avventura di Luigi Macioce Se quell’auto colonna …


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Studi Cassinati, anno 2010, n. 4

di Sergio Macioce


Il 13 settembre 1940 il generale Rodolfo Graziani, comandante delle truppe italiane in Libia, attacca gli inglesi sul fronte libico egiziano.
Le divisioni operanti sono le “Cirene”, “Marmarica”, la divisione di camicie nere “23 Marzo”; il gruppo del generale Maletti costituito da truppe speciali di Libici; la 1ª e la 2ª divisione Libica.
Le forze corazzate sono costituite da settanta carri armati M11 e da centottanta carri leggeri1.
Dopo cinque anni, avendo preso Sollum e Sidi El Barrani, Graziani si ferma per preparare l’assalto a Marsa Matruh.
Il 9 Dicembre gli Inglesi attaccano, schierando in campo i nuovi carri armati Crusader e 58 carri Matilda con una corazzatura da 75 a 80 millimetri, ma dopo pochi giorni ne rimangono 27. Gli Inglesi travolgono l’esercito Italiano e avanzano fino a Mugtalaa nei pressi di El Aghelia; Bardia attaccata da terra, dal mare e dal cielo, resisterà fino al 5 Gennaio. A sud sul confine Libico Egiziano a circa 300 Km dalla costa sorge l’oasi di Giarabub che rimase isolata e resistette, benché accerchiata, fino al 23 Marzo 1941.
Dell’epopea di Giarabub si racconta più avanti. Fra l’oasi di Giarabub e Bardia si svolge la prima parte della storia del tenente Luigi Macioce.
Luigi Macioce era tenente dei gruppi G.A.F. (Guardia alla Frontiera) militò nelle due grandi divisioni italiane in Libia, la Cirene e la Marmarica (divisione Cirene 63° – 158° reggimento; brigata Liguria 45° reggimento Artiglieria – Divisione Marmarica 62° reggimento, 115° e 116° – brigata Treviso 44° reggimento Artiglieria).
Al momento dell’attacco Inglese si trovava di presidio alla ridotta Capuzzo, dopo strenua resistenza il presidio fu fatto ripiegare alla ridotta Maddalena e poi a Giarabub.
Prima che il cerchio di ferro e fuoco nemico si chiudesse intorno a Bardia, il colonnello Salvatore Castagna gli affidò il comando di un’autocolonna diretta a Bardia per prendere rifornimenti di armi, munizioni, medicinali, viveri.
Come medico fu scelto un farmacista di Atina di cognome Longo.
L’autocolonna si diresse a Bardia attraverso la pista di Bir El Gabi.
Durante una sosta per rilevare le coordinate geografiche per accertare la posizione l’autocolonna fu attaccata da aerei italiani, fu difficile impedire la reazione dei soldati che volevano aprire il fuoco, fu sventolato il tricolore, si fece del tutto per farsi riconoscere, gli aerei desistettero dall’attacco, ma purtroppo il farmacista Longo fu colpito a morte. Gli fu data cristiana sepoltura sul posto e si riprese il cammino verso Bardia; quando vi giunsero la battaglia infuriava. Trovato il comando, il tenente riferì dell’attacco subìto ad opera degli aerei italiani, gli fu risposto: “Noi sapevamo che a quell’ora nessuna autocolonna italiana era in marcia nel deserto”!! Vagando per i vari depositi, sempre sotto l’infuriare della battaglia, riuscì a rifornire gli autocarri di viveri, armi, munizioni, medicinali; ma intanto sempre a causa della violenta battaglia che si combatteva intorno a Bardia, il comando era svanito, sul foglio di viaggio non era stato apposto il timbro “visto partire”. Il caos era indescrivibile, rimaneva una sola via d’uscita: lì si diresse il tenente ma giuntovi trovò solo un posto di blocco presidiato da carabinieri ai quali mostrò il foglio di viaggio con la scritta: “visto arrivare”, ma come già detto, mancava il timbro: “visto partire”. Senza quel documento non si passava. Si vissero momenti di alta tensione, il tenente disse: “Sono un ufficiale dell’esercito italiano, vi ordino di farmi passare, vi invito a considerare la grave situazione del presidio di Giarabub, se quest’autocolonna non giunge all’oasi l’intero fronte Sud entra in crisi”.
“Senza il visto partire non si passa. Nessun ufficiale puó impartire un ordine verbale, serve un ordine scritto”.
Si giunse anche a minacce di deferimento alla corte marziale.
Il tenente, lasciata la colonna in attesa sul posto, errò per un’ora e un quarto, sempre sotto l’infuriare dei combattimenti, finché trovò un furiere che appose il fatidico visto.
Col cuore in gola, pensando ai suoi soldati che attendevano e ai commilitoni di Giarabub, giunse al posto di blocco; i carabinieri non c’erano più, si era chiuso il cerchio intorno a Bardia.
Giarabub resisterà per ben quattro mesi e cadrà il 21 Marzo del 1941. Il bollettino di guerra n. 288 così comunica agli Italiani la fine del glorioso presidio: “Nell’Africa settentrionale, il nostro piccolo presidio di Giarabub, al comando del colonnello Castagna, rimasto ferito in combattimento, dopo strenua difesa durata quattro mesi è stato sommerso dalla prevalenza delle forze e dei mezzi avversari”
… Se quell’auto colonna …!
Ritorniamo al tenente Luigi Macioce.
Il 4 Gennaio 1941, alle ore 16:30, era tra gli ultimi difensori di Bardia e fu fatto prigioniero dagli Australiani. Un soldato lo stava minacciando con una grossa rivoltella quando sopraggiunse un ufficiale inglese che lo rimproverò aspramente; avendo visto al polso di Macioce un orologio se lo fece consegnare; al cinturino c’era attaccata una medaglietta della Madonna di Pompei, la staccò rivolgendo questa domanda: “Tu cattolico?” “Sì”. “Anch’io cattolico”. La baciò, gliela riconsegnò e diede l’orologio al soldato australiano ingiungendogli di allontanarsi. Costui s’allontanò a malincuore e ogni tanto si voltava minacciosamente brandendo la pistola. L’ufficiale che lo aveva salvato indicò al tenente il luogo dove doveva dirigersi per arrivare al punto di raccolta dei prigionieri.
Nel campo di raccolta soffrirono fame e sete. Un giorno, mentre era in una tenda con alcuni commilitoni, si vide comparire davanti un suo soldato siciliano con in mano una borraccia d’acqua fresca; gliela consegnò. Quella borraccia fece il giro di tutti i presenti, non seppe mai come quel soldato l’aveva rintracciato, come si era procurato quell’acqua. Non lo rivide mai più.
Macioce fu trasferito in Egitto, solo verso Pasqua gli fu consentito di scrivere una cartolina alla famiglia, conteneva queste parola: “Carissimi, sono stato catturato prigioniero il 4 Gennaio alle ore 16:30. Sto bene, non piangete. Ho fatto il mio dovere di soldato. Vi bacio”. Dall’Egitto fu trasferito in India; durante il viaggio in treno verso Suez assistette a questa scena di patriottismo. Gli Italiani in Egitto ancora non erano stati internati e quel giorno in gran numero si erano schierati lungo il percorso del treno agitando bandierine tricolori applaudendo i soldati Italiani.
Una giovane Italiana correva accanto al treno che proseguiva lentamente, agitava una bandierina tricolore e lanciava baci. Un ufficiale inglese colpì con uno scudiscio il tricolore e sputò verso i soldati italiani. La ragazza gli si avventò al collo e lo prese a morsi e finché il treno non si allontanò fu vista lottare contro quel malcapitato e con quanti cercavano di fermarla.
In India fu inviato nel campo di prigionia di “Yol” nel Nepal. Qui strinse amicizia fraterna con due commilitoni, Achille Quagliozzi e Tommaso Jadecola.
I due furono richiesti, pro forma, come attendenti e i cinque rimasero uniti per circa sei anni. I prigionieri di Yol rimpatriarono solo nel 1946 e per questo furono chiamati: “I dimenticati”.
Luigi Macioce era nato in Aquino nel 1915 e partì per la guerra nel Maggio del 1939, tornò nell’Agosto del 1946. Il colonnello Castagna rientrò nell’ottobre di quell’ anno.
Per l’epopea di Giarabub fu scritta una canzone il cui ritornello recitava:

“Colonnello non voglio il pane
Dammi piombo per il mio moschetto
c’è la terra nel mio sacchetto
che per oggi mi basterà
Colonnello non voglio l’acqua
dammi il fuoco di struggitore
con il sangue di questo cuore
la mia sete si spegnerà.
Colonnello non voglio il cambio
Qui nessuno torna indietro
Non si cede neppure un metro
Se la morte non passerà”.
Finalino
“Colonnello non voglio encomi
Sono morto per la mia terra
Ma la fine dell’Inghilterra
Incomincia da Giarabub!”

Queste parole non furono frutto di retorica, ma chi le scrisse interpretò in pieno i sentimenti degli eroici difensori di Giarabub come attesta il primo aviere Rino Santarosa nel libro “Fronte d’Africa c’ero anch’io“, edizione Mursia.
Il tenente che comandava il posto di difesa di Garet El Barud si chiamava Malavasi Garet El Barad fu il posto più attaccato dagli Inglesi.
Ricordo che dopo una giornata di combattimenti il Malavasi telefonò al comando per chiedere delle munizioni e dal comando ebbe assicurazioni che gli sarebbero state mandate, e gli chiesero come stesse a viveri. Il Malavasi rispose che lui chiedeva munizioni e non pane. Quando ritornai in patria, dopo lunga prigionia ebbi modo di conoscere la canzone di Giarabub. Mi ricordai di questa risposta data in un momento cruciale.

Fuga nel deserto
Scecco “per terra” era qualcuno

Il suo nome era Francesco Gerardi, era nato in Aquino, si era trasferito con i genitori e un fratello a Pontecorvo, il suo nomignolo era Scecco, valente motorista di aerei, prestò servizio nell’aeroporto di Aquino, curava in modo particolare i motori di due assi dell’acrobazia, del capitano Bevilacqua che sicuramente era il padre dello scrittore Alberto Bevilacqua (tanto ho desunto dal romanzo “Tu che mi ascolti”; e del capitano Claudio Solaro asso della caccia italiana di cui parlerò in seguito.
Solaro eseguiva con il suo aereo spettacolari e spericolate acrobazie, Scecco era spericolato ma valente motociclista.
Un giorno Solaro convinse Scecco a fare un volo con lui su un aereo scuola a due posti e si esibì in tutti numeri di acrobazia del suo repertorio. Quando atterrarono il povero Scecco era ridotto come un cencio lavato, ma fece buon viso a cattivo gioco.
Trascorso un lasso di tempo Scecco invitò il capitano a Pontecorvo e lo fece sedere dietro di lui sulla sua moto. All’andata percorse la Casilina e via Maggio guidando con prudenza e a bassa velocità, al ritorno percorse la via “dell’Ammazzatora”, la salita “Magliocco” e la rotabile Aquino-Pontecorvo, strade piene di curve. All’arrivo la faccia di cencio lavato ce l’aveva il capitano, Scecco gli disse: “Capitano, tu p’ll’aria e i p’terra” (Capitano, tu per aria ed io per terra).
In seguito furono trasferiti in Africa Settentrionale, fronte Libico-Egiziano dove il capitano Solaro divenne asso della caccia italiana con 10 aerei abbattuti individualmente, 14 collettivamente e 20 distrutti al suolo. (Boschesi – La guerra di Mussolini – Alleg. illustrata, 1985, Mondatori)
Scecco fatto prigioniero compì un’impresa memorabile, rubò agli inglesi una moto e correndo ad alta velocità sulla Balbia percorse oltre 200 Km ed entrò nelle linee italiane.
Gli Inglesi non sparavano perché vedendo una loro moto pensavano che fosse un portaordini; gli Italiani vedendolo sbracciarsi capirono che era un nostro soldato in fuga, con questa impresa dimostrò che “per terra” era qualcuno.
Tornato in patria emigrò negli Stati Uniti, dove è morto.
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1 Enzo Biagi – La seconda guerra mondiale – fascicolo 24 –Fabbri Editori.

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