La descrizione di Aquino di fine 600 dell’abate Pacichelli. Dal primo volume dell’opera “Il Regno di Napoli in prospettiva” dell’Abate Giovan Battista Pacichelli, del 1703, riportiamo la descrizione di Aquino


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Studi Cassinati, anno 2009, n. 3
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di Alceo Morone

DI AQUINO

Dalla maestà de’ vestigi convien quì hoggi raccorre l’antica Grandezza infelicemente depressa. Di lei lasciò scritto Strabone al 5. Aquinum Urbs est magna, quam magnus præterfluit amnis Melphis, Chiamolla Cicerone, Municipio ben frequentato; e Silio all’8.

Atque viris ingens excurrit Aquinum.

Frà le Romane Colonie lasciaronla nobilmente inserita, Frontino, Plinio, Tacito, e Livio. Fiorì nelle ricchezze: le cui magnanime operationi, più ragionevolmente son da stimarsi, anzi effetto de’ Volsci, che de gli Abruzzesi, ò Sanniti. E fù Patria di huomini grandi, massimamente del Satirico Giovenale, di Vittorino Geometra; e del Religioso Imperador Romano Pescenio Negro, per opinione di Herodiano al 2. l’Imagini, ò Numismi rari, del quale son divenuti quasi venerabili a’ più eruditi Antiquari. Le accresce però, e mantien perpetuo splendore, la nascita sortita nella sua terra di Rocca Secca l’anno 1224 dell’Angelico Dottor della Chiesa S. Tomaso d’Aquino, figliuolo di Landolfo, uno di quei potentissimi Conti d’Aquino diramati dal Real tronco de’ principi di Capoa, dalla qual Casa sono discesi tanti uomini chiari nella pace, e nella guerra sino à D. Tomaso d’Aquino al presente unico erede di tutta questa famiglia, Principe di Castiglione, Grande di Spagna etc. ed à D. Tomaso Vescovo di Sessa, ultimo avanzo dell’altro ramo dè Marchesi di Quarate. Quest’Angelico Santo dunque chiuso per trè anni dalla Madre nel prossimo, picciolo, ed elevato Castello di Rocca Secca, votò al Signore Castità perpetua, e venne francato dalle punture più acerbe del fomite, con un Angelico Cingolo. E nota la penna del Biondo, che Papa Gregorio VII nel 1073. in questa Città promosse con pompa Roberto Guiscardo al Ducato di Puglia, e Calabria.
Hoggi rassembra ella, presso il Fiume accennato della Melfa, un picciol, e mal in arnese Castello, reliquie infauste dell’ingiurie de’ tempi, de’ giuochi della Fortuna, e della barbarie delle armi. Con titolo di Contea sovrana fù posseduto anticamente, come si è detto dagli accennati Signori della Casa d’Aquino, i quali ampliarono alle volte il dominio col Ducato di Gaeta posseduto da’ Conti Adinolfo, e Landone, ed alle volte con tutto lo Stato, che è dal Garigliano al Volturno. Agli Aquini fù tolto da Carlo II. Rè di Napoli, perché volle cozzar seco coll’armi il Conte Tomaso; mà dalla pietà dello stesso Rè fù poi conceduto quasi per compenso al di lui figliuolo Adinolfo lo Stato di Castiglione nell’anno 1303. che tuttavia si possiede con altri grandissimi Stati, e titoli, e dignità dalla Casa d’Aquino de’ Principi di Castiglione. Il Contado d’ Aquino incamerato come s’è detto dal Reg. Fisco, fù poi conceduto da’ nostri Rè alla Casa Pontificia Buoncompagno de’ Duchi di Sora, ora Principi di Venosa, e di Piombino. Non permette pastura all’occhio con Fabbriche magnifiche, sian pur desiderate sagre, ò profane. E’ verisimile, che i raggi della Fede vi si fissasser ne’ primi secoli; però chè nel quinto vi sostenne in quarto luogo il baston di Vescovo, che non soggiace à Metropolitano, S. Costantino, da quel tempo suo Tutelare, dopo esserne stata vedova per qualche lunga serie, sì come avvertisce ne’ Dialoghi di S. Gregorio: e nel nostro secolo, dopo soggetti per ogni grado qualificati, vi si è veduto il Cardinal Filippo Filonardi.

1 Napoli, 1703, ristampato da Arnaldo Forni Editore, Sala Bolognese, 1977, vol. I, pagg. 96-97.

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