La tipografia di Montecassino*


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Studi Cassinati, anno 2016, n. 3
Impianto e soppressione (1843-1852)

 

di Gaetano de Angelis-Curtis

In ricordo, caro e indelebile, di d. Faustino Avagliano, archivista di Montecassino, stimato studioso e ricercatore, che ne tracciò le linee guida nella relazione su Montecassino a metà Ottocento tenuta ad Atina il 27 gennaio 2001 nella giornata di studi dedicata a Giacinto Visocchi.

Dopo l’impianto di una litografia, dal 1842 a Montecassino si cominciò a operare, soprattutto da parte di d. Luigi Tosti1, per l’installazione di una tipografia, «un genere di attività che buon ben dirsi erede degli antichi scriptoria monastici». Poiché presso la «R. C. Apostolica di Roma» si trovavano «inoperosi certi tipi», Montecassino ipotizzò un accordo proponendo la loro cessione in cambio di un certo numero di esemplari di ogni pubblicazione stampata. Quando però Tosti si recò a Roma per ottenere i «caratteri inoperosi» presso la Vaticana, li trovò in uso per cui la sua missione «riuscì sterile».

Fu allora avviata una trattativa con lo stampatore Paolo Lampato di Milano che prevedeva la fornitura, da parte di quest’ultimo, di attrezzatura (torchi, caratteri) e mano-dopera mentre il monastero avrebbe provveduto a dare alloggio e vitto ai lavoratori, a effettuare le correzioni e a sostenere metà delle spese per ciascuna opera da stampare, dividendo gli utili. Il «progetto della tipografia riscoss[e] l’approvazione della comunità» monastica cassinese per cui venne avanzata alle autorità borboniche la richiesta di autorizzazione all’impianto. Nel Regno delle Due Sicilie, al tempo, i regolamenti delle tipografie e litografie vietavano l’installazione di quelle private «affine d’impedire edizioni furtive». Tuttavia il ministro dell’Interno e Polizia, il marchese Francesco Saverio del Carretto, riconobbe encomiabile il progetto di voler dare alle stampe le «opere rare e ricercate dell’Archivio Cassinese» e nel 1842 accordò il permesso all’impianto in quanto riteneva che il monastero potesse, per la sua «ragguardevole celebrità storica», meritare un «tal privilegio» in deroga alle leggi dello Stato2. In sostanza poiché «il nome ed il credito del Tosti» si erano andati allargando «sempre più nello Stato», non fu difficile al monaco cassinese «ottenere il permesso d’impiantare una tipografia a Montecassino: un avvenimento di singolare importanza, data l’indole dei tempi e la quantità di pubblicazioni poderose condotte a termine con essa»3.

Atelier de litographie, La tipografia di MOntecassino. Fonte: L. Béguloe, Le Mont Cassin et ses travaux d'art, Lyon 1908 (Archivio Alberto Mangiante)

Atelier de litographie, La tipografia di MOntecassino. Fonte: L. Béguloe, Le Mont Cassin et ses travaux d’art, Lyon 1908 (Archivio Alberto Mangiante)

L’inaugurazione della tipografia prevista per il febbraio 1843 venne più volte rinviata sia perché l’iniziativa assorbiva gran parte delle finanze del monastero sia perché «aveva bisogno di non pochi e non indotti monaci». Inoltre i rapporti con il socio Lampato si andavano gustando e si era valutata la possibilità di rivolgersi a un certo Fontana di Torino, oppure di far ricorso a un torchio e a tre lavoratori della Biblioteca Borbonica. Poi nel giugno 1843 furono acquistati dei caratteri di stampa e un torchio ed erano stati «trovati due bravi giovani tipografi».

Nel gennaio 1844 l’attività tipografica andava «bene» ma i rapporti con Lampato si erano sempre più deteriorati tanto da iniziare a operare per giungere allo «scioglimento della società». In aprile dello stesso anno, poi, la tipografia si arricchì di altri attrezzi per la stampa risultando «composta di ben quattro torchi, di cui uno … di ferro fuso lavorato in Londra e di ottima quantità di caratteri»4.

L’attività tipografica prevedeva la stampa dell’Archivio Cassinese, la pubblicazione di volumi

d. Luigi Tosti

d. Luigi Tosti

tirati per 500 copie ognuno5 e la fondazione di un periodico, «L’Ateneo italiano», cui avrebbero dovuto collaborare «molti dei più insigni uomini di quel tempo»6 come Manzoni, Balbo, Cantù, Gioberti, Troya, Galluppi ecc., cioè quasi una «confederazione intellettuale di ottimi cattolici per rigenerare gli spiriti corrotti». Tosti, infatti, aveva sollecitato il «più bel fiore dell’ingegno e del sapere umano» con «lettere d’invito calde ed eloquenti» e tutti «accettarono di cooperarvi». Tuttavia il progetto della pubblicazione del periodico, che rappresentava il «primo di quei nobili e immaginosi ardimenti del Tosti», non trovò applicazione7. Infatti, dopo essere stata presentata al Congresso scientifico di Napoli del 1845, l’iniziativa venne impedita dal ministro Del Carretto a dimostrazione che quella «indipendenza dalla censura napoletana» vantata da Tosti «fosse relativa»8.

Si giunse poi alla stagione rivoluzionaria del 1848. Annunciata il 29 gennaio con Atto sovrano che ne fissava le basi, il 10 febbraio 1848 Ferdinando II, re delle Due Sicilie, primo fra i vari sovrani d’Italia, concesse la Costituzione9. Poi il 15 maggio, il giorno fissato per la seduta inaugurale del Parlamento napoletano, la situazione a Napoli precipitò e si verificarono duri e sanguinosi scontri10. Sconfitto il moto rivoluzionario, iniziò la fase reazionaria che si protrasse negli anni successivi, con serrate indagini, arresti, processi e condanne.

3-deang-montec-pappalettereL’attenzione degli organi di polizia si concentrò anche sul monastero di Montecassino, giudicato un «focolare perenne di rivoluzione». Le autorità borboniche sospettavano che nel corso del 1848 in abbazia fossero state ammassate «armi» e fossero giunti «violenti giornali di Napoli, di Roma, di Toscana». Giudicavano i religiosi cassinesi autori di «massime sovversive» e li ritenevano «poco dediti ai loro doveri». Fra i monaci, in particolare, i sospetti si indirizzarono nei confronti del vicario d. Simplicio Pappalettere11, descritto in una relazione del 1849 come un «fiero repubblicano» in contatto continuo con i «più esaltati liberali» che quasi tutti i giorni lo incontravano, del fratello d. Michele, direttore della tipografia di Montecassino, e poi di d. Luigi Tosti, d. Bernardo Smith12 e d. Cesare de Horatiis13, che da quei momenti furono sottoposti a stretta sorveglianza, più volte obbligati, in relazione dell’andamento delle indagini, a portarsi nella capitale del Regno per porsi a disposizione delle autorità e più volte arrestati.

Per la polizia borbonica il «centro di attività venefica» dei cassinesi era rappresentato,

 d. Cesare de Horatiis.

d. Cesare de Horatiis.

soprattutto, dalla stamperia. Fin dal 29 agosto 1849 in una relazione si faceva espresso riferimento a voci raccolte dalle autorità di polizia secondo cui presso la «tipografia di quella religiosa comunità di Montecassino» fossero state «stampate materie sovversive». Immediatamente dopo venne avviata una «segreta operosità indagativa» dalla quale si poté accertare che nel periodo rivoluzionario erano stati pubblicati a Montecassino vari opuscoli «degni di censura». Quindi il 7 settembre 1849 l’abbazia fu soggetta a perquisizione da parte del commissario di polizia di S. Germano, Ferdinando Ippolito, che concentrò le sue ricerche nell’archivio «perché volendola eseguire formalmente ed in tutto il monastero non vi basterebbe un intero mese». Pur insospettito dalla «porta formata a guisa di armadio» che metteva in comunicazione i locali dell’archivio, formato da «due stanze recondite piene di carte antiche»14, non trovò nulla di criminoso.

Subito dopo venne disposto il controllo della stamperia da cui si presumeva fossero «uscite stampe incendiarie» e già il 12 settembre 1849 l’intendente della provincia di Terra di Lavoro ricevette l’ordine di provvedere a «che la tipografia esistente nel Monastero di Montecassino 3-deang-montec-tosti-salterio[fosse] immediatamente soppressa». Il 16 settembre funzionari di polizia, accompagnati dai fratelli Pappalettere e da altri due testimoni, effettuarono una «diligente ed esatta perlustrazione» della tipografia, che, peraltro, non portò al rinvenimento di «nulla di criminoso». Fu stesa una relazione della perquisizione in cui veniva riportato l’inventario delle attrezzature utilizzate per la stampa, si trattava di «centouno casse grandi di caratteri e n. 28 piccole di simili caratteri, n. 3 torchi, due alla francese ed uno alla milanese ed un torchio di litografia non in uso», e l’elenco dei libri rinvenuti che erano: «1 – Salterio del pellegrino del P. Tosti; 2 – Il divoto di Maria del P. Sequeri; 3 – Il veggente del secolo XIX del P. Tosti15; 4 – La dolorosa passione di G.C. di Anna Caterina Emmerich; 5 – Il pellegrino di Montecassino di Angelo Maria Ricci; 6 – Officia sanctorum; 7 – Breve catechismo di Luigi Vincenzo Cassitto; 8 – Vita e miracoli di S. Mauro Abate di P. Diodato Bartolini; 9 – Poesie sacre di Carlo Madonna; 10 – Commentari della guerra di Cipro di Bartolomeo Sereno; 11 – Storia della Lega Lombarda del P. Tosti16; 12 – Storia di Bonifacio VIII del P. Tosti17; 13 – F. Luch Ferraris Bibliotheca Canonica ristampa a cura di Montecassino; sotto i torchi un officio della B.V. Immacolata e altri saggi religiosi»18. La tipografia fu dunque posta sotto sequestro per cui venne «suggellata ed affidata al consegnatario Raffaele d’Agostino di Luca di anni 32 da Caserta», mentre al suo direttore venne ordinato di recarsi immediatamente a Napoli per conferire con il giudice-commissario Maddaloni. Quindi d. Michele Pappalettere si portò nella capitale partenopea dove fu raggiunto, poco dopo, dal fratello d. Simplicio.

Inoltre le indagini di polizia avevano portato ad appurare che d. Cesare de Horatiis avesse fatto3-deangelis-tipograf-visocchi-guardia «apertissima professione» liberale «nelle politiche rivolture del 1848» pubblicando «pe’ tipi della stamperia», nella prima metà dell’anno, due volumi e cioè un «inno» intitolato Il 29 gennaio 1848 ossia l’uscita degl’Israeliti dalla schiavitù di Faraone e poi l’Elogio funebre di Filippo Capocci19, così come tra i vari opuscoli «degni di censura» usciti dalla tipografia cassinese figurasse un volumetto intitolato Catechismo giornaliero per la Guardia Nazionale, composto da 38 pagine precedute da quattro pagine di Avvertenze al lettore, che risultava essere stato scritto dall’atinate Giacinto Visocchi20.

L’opuscolo fu giudicato dal prefetto di polizia di Napoli alla stregua di un «libercolo» in cui erano riportate sia «parole di oltraggio verso l’antico governo del Re» che «massime di alto liberalismo, proclamatrici della Sovranità popolare» e l’autore vi faceva «balenare infine la teoria della indipendenza di quel corpo [la Guardia nazionale], chiamato secondo Visocchi a resistere all’Autorità Regia»21.

Il 17 settembre 1849 dal ministero di polizia di Napoli venne impartito l’ordine all’intendente di Terra di Lavoro di provvedere affinché Giacinto Visocchi, «prevenuto di reato in fatto di stampa», fosse «arrestato e messo alle dipendenze dell’autorità giudiziaria»22. Quindi il 13 ottobre 1849 il procuratore generale del re della Gran Corte Criminale di Santa Maria Capua Vetere affidò le indagini al magistrato competente territorialmente e cioè al giudice del capoluogo di distretto di Sora, Michele Ungaro23.

Presero così avvio le indagini giudiziarie. La prima iniziativa adottata dal giudice istruttore fu quella di recarsi a Montecassino nella cui tipografia era stato materialmente stampato l’opuscolo, ricevendo da d. Simplicio Pappalettere, a nome dell’abate, assicurazioni di disponibilità e collaborazione. Interrogò poi sei operai della stamperia. Per cinque di loro vanno sottolineati stato anagrafico ed estrazione territoriale: tutti giovanissimi, orfani e originari del luogo. I fratelli Silvestro e Giuseppe Cavaliere, rispettivamente di 22 e 19 anni, erano nati a San Germano, al pari di Giuseppe Martucci di 19 anni, mentre altri due provenivano da Comuni limitrofi. Serafino Verallo, ventenne, era originario di Vallerotonda, Giovanni Battista Caporicci, ventiquattrenne, di Villa. Invece Francesco Arienzo, trentenne di Napoli, si distingueva per età e provenienza24. Da loro Ungaro seppe che nel marzo o aprile del 1848 era stato lo stesso d. Simplicio a portare in tipografia il manoscritto, che le bozze di stampa erano state corrette dallo stesso autore, recatosi personalmente varie volte nei locali della tipografia, che l’opuscolo fu stampato nel giro di una ventina di giorni, tirato in 500 copie.

Nel frattempo, il 29 settembre, l’abate di Montecassino, d. Giuseppe Frisari25, chiese che i cassinesi potessero far ritorno al monastero «parendo cessate le ragioni» per cui erano stati convocati a Napoli26.

Tuttavia nei reazionari ambienti ministeriali della capitale l’abbazia era considerata un centro rivoluzionario e infatti a dicembre i due Pappalettere, che si trovavano ancora a Napoli, furono arrestati con l’accusa di appartenere alla setta dei pugnalatori27, differentemente rispetto a Tosti28. Anche dopo il loro rilascio la polizia continuò a tenerli sotto stretta sorveglianza, giungendo ad arrestarli nuovamente e poi obbligandoli a lunghe dimore nella capitale. Il 5 marzo 1850 d. Michele chiese di poter far ritorno a Montecassino dopo tre mesi di permanenza nella capitale poiché «non trova[va] alcuna colpa da motivare tanta pena» in quanto nella sua qualità di direttore della tipografia aveva solo il compito di sorvegliare il lavoro materiale dei giovani operai e la loro condotta morale e religiosa29.

Negli stessi momenti il procuratore di Montecassino, p. Raffaele Pasca, aveva avanzato la richiesta di riapertura dei locali della tipografia affinché potessero essere prelevati i fogli che al momento della chiusura erano rimasti sotto i torchi, nonché altri libri e registri, in modo da poterli spedire agli associati. Il 17 marzo fu il commissario Ippoliti che, accompagnato da d. Carlo De Vera in sostituzione dei fratelli Pappalettere ancora a Napoli, rimosse i sigilli apposti all’ingresso della tipografia e consegnò ai monaci tutte le opere presenti a eccezione di 93 copie della Storia della Lega lombarda e di 622 de Il veggente del secolo XIX di d. Luigi Tosti, e quindi risigillò i locali30.

Il 6 novembre 1851 il nuovo abate di Montecassino, d. Michelangelo Celesia31, chiese la3-de-angelis-tipografiacapecel «dissuggellazione» della stamperia in quanto il monastero aveva deciso la cessazione dell’attività tipografica, disfacendosi di tutti i «materiali e stigli ad uso di tipografia di sua proprietà». Il 7 gennaio 1852 si giunse al dissequestro totale e i volumi delle due opere di Tosti vennero lasciati in custodia all’abate di Montecassino fino al 23 gennaio quando tre casse contenenti 85 copie della prima e 620 della seconda furono rimesse al ministero dell’Interno a Napoli. Le attrezzature furono acquistate da Giovanni Danucci (o Ranucci), stampatore in Napoli al vicoletto S. Filippo e Giacomo32.

Dopo essere stata sottoposta a sequestro, che l’aveva resa inutilizzabile per qualche anno, nel 1852, con il nuovo corso dell’abate Michelangelo Celesia, fu smantellata definitivamente, con macchinari e apparecchiature alienati. Terminava in tal modo la breve ma intensa esperienza tipografica a Montecassino.

Dopo l’Unità d’Italia nel corso di colloqui tenutisi a Napoli nel marzo 1861 tra d. Simplicio Pappalettere e d. Luigi Tosti con le nuove autorità politiche nazionali, fu prospettata la riapertura della tipografia a Montecassino, ma l’ipotesi non si concretizzò33.


* Elaborazione tratta da Giacinto Visocchi e aspetti di vita sociale e politica ad Atina tra il 1848 e il 1860, Arbor Sapientiae Editore, Roma (in corso di stampa).

1 D. Luigi Tosti (1811-1897), di nobile famiglia napoletana, giovanissimo, nel 1819, entrò nel cenobio cassinese. A soli diciotto anni iniziò a scrivere la Storia di Montecassino, terminata nel 1842, nella quale manifestò le tendenze neo-guelfe poi formulate da Gioberti (M. Rosi, a cura di, Tosti Luigi, in Dizionario del Risorgimento nazionale dalle origini a Roma capitale. Fatti e persone, vol. III, Vallardi, Milano 1933, p. 468).

2 T. Leccisotti, D. Luigi Tosti agli inizi della sua attività intellettuale, in «Benedectina», III-IV, 1947, pp. 282, 285.

3 E. Jallonghi, Montecassino nel primo cinquantenario del secolo XIX (1806-1856), in «Rivista storica benedettina», a. VII, vol. VII, Santa Maria Nuova, Roma 1912,  p. 428.

4 T. Leccisotti, D. Luigi Tosti … cit., p. 296.

5 Nell’autunno del 1845 dell’Archivio Cassinese era stato pubblicato l’intero primo volume e tre altri fascicoli del secondo, mentre tra i primi volumi stampati vi erano la Storia del monastero della Pomposa di Placido Federici, l’Elogio storico del P. Fraja di Carlo De Vera, la ristampa della Biblioteca Canonica con prefazione e aggiunte cassinesi.

6 T. Leccisotti, Montecassino, Vallecchi, Firenze 1946, p. 87.

7 A. Capecelatro, Commemorazione di d. Luigi Tosti abate cassinese, Montecassino 1898, pp. 34-35.

8 A. Forni, Lo storico delle tempeste, Pubblicazioni Cassinesi, Montecassino 1997, p. 40.

9 Quel 29 gennaio 1848 d. Luigi Tosti si trovava a Napoli e rimase fortemente impressionato dal giubilo della popolazione per la concessione della Costituzione tanto che in una lettera del 4 febbraio successivo così descriveva quei momenti di eccitazione collettiva: «Che ho veduto! Mezzo milione d’Italiani, e d’Italiani vulcanici alzare uno stendardo, che rimuterà in dieci giorni i destini di tutta la Penisola. Il giorno 29 gennajo fu giorno veramente stupendo. A me sembra essere in Patmos e veder cose profetiche. La cavalcata del Re, le grida del popolo, la novità delle bandiere, il presagio delle conseguenze, la memoria del passato, fecero esultare le ossa umiliate di un povero monaco. La stampa è pienamente libera» (T. Leccisotti, D. Luigi Tosti … cit., p. 311).

10 Anche nella storica giornata del 15 maggio d. Luigi Tosti si trovava nella capitale del Regno e qualche giorno dopo così descrisse gli eventi svoltisi: «Al 15 di maggio io era in Napoli. Sono stato testimone di grandi fatti. Dieci ore di fuoco e di sacco, il sibilo delle palle, lo scroscio della mitraglia, mi resterà fitto nell’anima per molto tempo. Il Re vinse, la Repubblica trionfò [sic]» (T. Leccisotti, D. Luigi Tosti … cit., p. 314).

11 Simplicio, al secolo Giuseppe, Pappalettere era nato a Barletta il 7 febbraio 1815. Nel 1836 venne ordinato sacerdote a Montecassino. Fu docente di filosofia e dal 1845 si occupò del seminario dell’abbazia cassinese. Dal 1846 ricopriva l’incarico di vicario generale, cui sommava il titolo di priore. Nel 1852 venne nominato abate cancelliere della Congregazione benedettina e come tale andò a risiedere a Subiaco, poi l’anno successivo passò a Roma in qualità di abate del monastero di S. Paolo. Nel novembre 1856 tornò a Montecassino e assieme al fratello d. Michele e al converso Mauro Goudron si portò a Napoli incaricato di incontrare, presentato dal marchese Del Vasto, Ferdinando II per riferire «qualche riservata ambasciata del Santo Padre», di cui godeva la «piena grazia», relativamente alla questione «coi Governi Inglese e Francese e sull’appoggio e difesa già spiegata dal Pontefice a prò» del re borbone (Archivio di Stato di Napoli, Ministero di Polizia, Gabinetto, pand. 30, f. 616, sf. 11). Nel 1858 il capitolo generale lo elesse abate di Montecassino al posto di d. Michelangelo Celesia. In tale carica si trovò a gestire la transizione tra regime borbonico e Regno d’Italia negli anni a cavallo dell’Unificazione nazionale e assieme a d. Luigi Tosti si fece promotore dei tentativi di conciliazione tra Chiesa e Stato. Il 25 maggio 1863 si compì il suo «dramma» con le dimissioni da abate di Montecassino richieste dal papa, confermando, tuttavia, totale obbedienza alla Chiesa e alla «parola» del Pontefice. Il 29 maggio incontrò Pio IX che gli impose di rimanere a Roma. Neppure vari tentativi operati nel corso del suo soggiorno ‘obbligato’ a Roma riuscirono a convincere il Santo Padre a lasciarlo andar via dalla città neanche facendo leva sulla cattive condizioni di salute in quanto sofferente di «specie di nervi con convulsioni». Solo all’inizio del 1869 Pappalettere poté far ritorno a Montecassino. Poi nel 1877 il pontefice approvò la sua nomina regia alla prelatura palatina del Gran Priorato di San Nicola di Bari e proprio nella città pugliese si spense l’8 maggio 1883 (cfr. A. Ciampani, Pappalettere Simplicio, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 81, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2014, pp. 261-263).

12 Professo a Montecassino dal 1847, dove il fratello insegnava Diritto Canonico e lingua ebraica, dovette abbandonare il monastero in seguito alla repressione borbonica del 1849 in quanto irlandese. A Roma fu rettore del collegio americano, poi «ritiratosi a S. Paolo, divenne consultore del S. Uffizio e morì abate titolare di S. Benedetto Po» (T. Leccisotti, L’Abate Frisari … cit., p. 203 n. 10).

13 Cesare Ippolito Enrico de Horatiis era nato il 15 febbraio 1812 a Furci, piccolo centro in provincia di Chieti. Dopo aver frequentato il seminario arcivescovile di Chieti e svolto il ruolo di prefetto di camerata nel Regio Collegio Sannitico di Campobasso, nel 1843 giunse a Montecassino per insegnare lettere italiane agli alunni del seminario diocesano. Nell’agosto 1849 in un memorandum il giudice-commissario Giuseppe Maddaloni scriveva che «con scandalo universale si [era] veduto che i monaci di Montecassino a[vessero] eletto a Maestro di quel seminario il prete de [H]oratiis colui che nel 1847 in quella cattedrale con linguaggio sacrilego tramutò la predica della Passione in una fervida arringa propagandistico-sovversiva». Poco dopo si giunse al suo arresto, con detenzione prima a Napoli e poi a Campobasso. Fu rilasciato nel maggio 1852, sottoposto «a stretta sorveglianza», con «garantia di proba persona» per la sua condotta, e obbligato a far ritorno al suo paese d’origine. Il 25 novembre 1854 l’abate di Montecassino, d. Michelangelo Celesia, dovendosi «giovare dell’opera» di d. Cesare de Horatiis, domandava all’intendente di Terra di Lavoro se avesse «osservazioni» sul sacerdote, chiedendo, in sostanza, se potesse essere riammesso all’insegnamento a Montecassino, ma gli fu risposto negativamente. Nel frattempo fu nominato docente di «belle lettere» presso il seminario di Lanciano e nel maggio 1854 il sottointendente di Sora, Giuseppe Colucci, chiedeva, proprio per i suoi trascorsi, che fosse «allontanato dall’insegnamento pubblico». Sulla questione fu richiamata l’attenzione della Reale Segreteria degli Affari Ecclesiastici e della Istruzione Pubblica ma il vescovo di Lanciano, mons. Giacomo de Vincentiis, chiese che non fosse rimosso sostenendo che era «di una condotta esemplare e che le note in politica che vennero attribuite furono l’effetto della calunnia» (Archivio di Stato di Caserta, Ex Intendenza borbonica 1848-1860, Alta Polizia, I inventario, b. 139, S. Germano. Pel Sac. Tosti e pel Prete D. Cesare de Horatiis). Divenuto parroco di Ortona, scomparve nella cittadina adriatica il 10 ottobre 1863.

14 Originariamente la biblioteca Paolina, che fu creata «per servizio di consultazione dello stesso archivio», venne ricavata modificando i locali fin lì adibiti ad «abitazione dell’archivista» e adattati «alla custodia delle aggiunte carte, e fra esse della collezione dei libri mastri». La porta di comunicazione tra le aule dell’archivio e le stanze della biblioteca Paolina  fu ricavata nell’armadio preesistente «al fine di conservarlo nelle sue linee» (T. Leccisotti, L’Abate Frisari 1841-1849, in «Bollettino diocesano», n. 3, 1978, p. 204).

15 Definito alla stregua di un «poetico rivestimento di un programma politico, enigmatico nelle sue molte reminiscenze bibliche, che si proponeva pro­babilmente di rappresentare l’Italia confederata intorno al Pontefice» (M. Rosi, a cura di, Tosti Luigi … cit., p. 468).

16 Giudicato dal card. Capecelatro come «il più immaginoso e il più ardente e drammatico dei libri del grande storico Cassinese», stampato nell’ottobre 1848 presso la tipografia di Montecassino (A. Capecelatro, Commemorazione … cit., pp. 38-40). In apertura del suo studio d. Luigi Tosti «aveva pensato di apporre una epigrafe con una evidente allusione alla guerra d’indipendenza» che, tuttavia, volle sostituire con un’enfatica lettera dedicatoria a Pio IX nella quale vi riportava l’«espressione dei suoi pensieri e delle sue speranze religiose e civili», ma che poi finì per «procurargli molte amarezze» (M. Rosi, a cura di, Tosti Luigi … cit., p. 468). «Contrariamente a quanto si è sostenuto nel passato», la dedica era ben nota a Pio IX, così come il contento del volume. In essa Tosti aveva scritto: «No: ciò che Dio congiunse, non si separa dall’uomo; ed ove anche avvenisse, Iddio sospingerebbe le Alpi sino ai confini della terra, ed allora il mondo sarebbe tutto Italia» (A. Forni, Lo storico … cit., p. 61).

17 Appare un augurio alla conciliazione tra la Chiesa e l’Italia «che sola può fecondare le speranze della madre patria» (M. Rosi, a cura di, Tosti Luigi … cit., p. 468).

18 Archivio di Stato di Napoli, Ministero di Polizia, Gabinetto, pand. 30, f. 616.

19 Per la polizia borbonica d. Cesare era «naturalmente [in] contatto con tutte le persone di Sangermano che nutrivano gli stessi sentimenti» liberali. Per i suoi scritti e i suoi discorsi tenuti allora rimase viva in città, anche a distanza di anni, la «memoria di quel caldo oratore di libertà» (Archivio di Stato di Caserta, Ex Intendenza borbonica 1848-1860, Alta Polizia, I inventario, b. 139, S. Germano. Pel Sac. Tosti e pel Prete D. Cesare de Horatiis).

20 Giacinto Felice Visocchi, «patriota e letterato», era nato ad Atina il 12 giugno 1819. Dopo la sua formazione scolastica avvenuta, verosimilmente, presso il Liceo-Ginnasio Tulliano di Arpino, nel 1836 si trasferì con il fratello Pasquale a Napoli dove si laureò poi in Giurisprudenza seguendo le lezioni sulla lingua italiana e quelle di diritto tenute da Roberto Savarese, studiando e formandosi, assieme ad altri intellettuali liberali come Francesco De Sanctis e Luigi Settembrini, nella scuola del marchese Puoti. Dotato di «alto intelletto» e di «vera coltura», nel 1844 aprì, «come il maestro, una scuola di letteratura già fiorentissima». Giovanissimo curò la stampa di una raccolta di racconti, Libro di novelle e di bel parlare gentile, poi dettò le Lezioni dell’arte dello scrivere e dell’estetica, pubblicate postume dal figlio Fortunato. Alla metà degli anni Quaranta dell’Ottocento abbandonò Napoli facendo ritorno ad Atina per coadiuvare il fratello Pasquale nella conduzione della cartiera di famiglia. Terminata la stagione rivoluzionaria subì la persecuzione borbonica a causa della stampa del Catechismo, delle sue idee liberali e dell’attività politica svolta nel 1848, affrontando un processo celebrato presso la Gran Corte Criminale di Santa Maria Capua Vetere. A suo carico furono emessi vari mandati di arresto ma riuscì a sfuggire sempre alla cattura. Anche dopo la fine del procedimento giudiziario, estintosi con la concessione di un’amnistia da parte di re Ferdinando II, fu sottoposto a sorveglianza dalla polizia borbonica, seguito nei suoi spostamenti e nell’attività svolta. Le sofferenze patite per il processo, per i vari tentativi di arresto e per l’incessante controllo cui fu sottoposto incisero fortemente sul suo fisico, debilitandolo. Si spense trentacinquenne ad Atina l’8 ottobre 1854.

21 Archivio di Stato di Napoli, Ministero di Polizia, Gabinetto, pand. 30, f. 616.

22 Il 5 ottobre 1849 il 2° sergente della Guardia di Pubblica Sicurezza, Domenico Mazzei, si portò ad Atina per eseguire l’ordine di arresto. Dopo aver appreso che l’atinate, ammalato, era nascosto in qualche nascondiglio di casa sua, il sergente fece circondare l’abitazione. Quindi coadiuvato dal giudice regio effettuò una prima perquisizione della casa. Poiché non fu possibile rinvenirlo all’interno ne fece eseguire una seconda ma anch’essa si rivelò infruttuosa (Archivio di Stato di Napoli, Ministero di Polizia, Gabinetto, pand. 30, f. 616, sf. 2 bis). Un ulteriore tentativo di arresto fu effettuato nella mattina del 20 aprile 1851, domenica di Pasqua, condotto anche con l’ausilio di falegnami del luogo nel tentativo di rinvenire il nascondiglio utilizzato da Giacinto per sottrarsi all’arresto che sembrerebbe essere stato un piccolo ambiente fatto costruire nel sottotetto della casa, «ben incassato nella parete». Anche questa «visita domiciliare» risultò «senza effetto» (Archivio di Stato di Caserta, Alta Polizia 1848-1852, I Inventario, b. 24).

23 Michele Ungaro nacque il 4 ottobre 1819 a Cerreto Sannita, all’epoca in provincia di Terra di Lavoro, dove morì il 30 aprile 1890. Entrato in magistratura nel 1845 per concorso, il 7 maggio 1849 venne nominato giudice di circondario di prima classe in un capoluogo di distretto «per merito di esami» e fu destinato a Sora (Archivio di Stato di Napoli, Ministero di Grazia Giustizia, Cenni biografici dei magistrati, f. 2979). Con l’Unità d’Italia  venne nominato presidente del primo Consiglio provinciale della neo istituita provincia di Benevento. Quindi fu eletto alla Camera dei deputati nella IX, X, XI e XII legislatura (1865-1876) nel collegio di Cajazzo. Dal 1874 al 1878 fu sindaco di Cerreto.

24 L’elenco predisposto da d. Simplicio riportava come operai anche i nominativi di Antonio Cavaliere, Luigi e Germano Valerio, tutti e tre di S. Germano, che però non dovettero essere interrogati.

25 D. Giuseppe Frisari (1804-1884), già archivista e vicario generale della diocesi, era stato eletto abate di Montecassino nel 1841, carica che tenne fino al 12 giugno 1850 (T. Leccisotti, D. Luigi Tosti … cit., p. 280 n. 77).

26 Inizialmente d. Michele era stato trattenuto nella prefettura della capitale e poi per ordine sovrano «rimase libero», assieme al fratello, nel monastero dei Santissimi Severino e Sossio, di cui era a capo il calabrese d. Angelo Grillo, un francescano fattosi poi benedettino, arrestato il 17 agosto 1849 perché in quel cenobio si erano riuniti vari liberali come Carlo Poerio, Luigi Settembrini, Raffaele Conforti (Archivio di Stato di Napoli, Ministero di Polizia, Gabinetto, pand. 30, f. 616).

27 Il 7 dicembre 1849 il monastero di S. Severino in cui si trovavano i due monaci cassinesi fu circondato da poliziotti. I fratelli Pappalettere furono arrestati a causa di una lettera indirizzata alla loro madre, rinvenuta nel corso della perquisizione delle loro stanze, e «che parve sospetta» ai commissari di polizia Maddaloni e Campobasso, per cui furono tradotti in carcere dove rimasero per alcuni mesi (T. Vizzaccaro, Cassino dall’Ottocento al Novecento, SEL, 1977, p. 95 n. 17).

28 D. Luigi Tosti era stato raggiunto a Montecassino il 17 agosto 1849 da una «ufficiale intimazione» a presentarsi, al pari di d. Cesare de Horatiis, a Napoli al cospetto del commissario di polizia Giuseppe Maddaloni (T. Leccisotti, L’Abate Frisari … cit., p. 203). Al momento dell’arresto dei Pappalettere si trovava anch’egli a S. Severino, in una stanza a fianco. Sebbene le autorità borboniche avessero tentato di annoverarlo nella setta dei pugnalatori, non venne arrestato e «non ebbe molestia», ma «sempre turbato, titubante e confuso, volle fuggire». Si rifugiò in casa del fratello e poi presso una famiglia inglese, ottenendo dalle autorità britanniche l’autorizzazione a raggiungere la Gran Bretagna, cosa che poi non fece. Il 6 ottobre 1849 incontrò Pio IX nel suo esilio a Portici, presso Napoli. Il papa gli prospettò di trasferirsi al monastero di S. Callisto a Roma e alla fine dell’anno raggiunse la capitale pontificia. Le vicende del 1848 segnarono profondamente l’animo di d. Luigi Tosti che negli anni successivi continuò a fantasticare, «or più, or meno, pericoli di prigione, e di terribili condanne». Poi Pio IX riuscì a convincere il re di Napoli «che il Tosti era bensì un patriota, ma di nobili sentimenti e innocuo» (A. Capecelatro, Commemorazione … cit., pp. 47 n. 1, 48, 50). Tuttavia i suoi spostamenti furono costantemente controllati dalla polizia borbonica. Una relazione redatta il 17 ottobre 1851, ad esempio, riferiva che da Napoli aveva fatto ritorno a S. Germano. L’abate di Montecassino e Federico Iucci, con la carrozza di quest’ultimo, gli erano usciti «incontro fino a S. Vittore». Lo portarono al palazzo badiale da dove, la mattina dopo, «ascese a Montecassino». Nella sera del 27 ottobre lasciò l’abbazia e il giorno successivo, «con carrozza da nolo», ripartì per Napoli (Archivio di Stato di Caserta, Ex Intendenza borbonica 1848-1860, Alta Polizia, I inventario, b. 139, S. Germano. Pel Sac. Tosti e pel Prete D. Cesare de Horatiis).

29 Esattamente un anno dopo nei confronti dei fratelli Pappalettere, sospettati di cospirazione «come capi della Setta dei Monaci di Montecassino» e di aver preso parte a congiure antiborboniche accanto alle famiglie rivoluzionarie di San Germano, dove, nel periodo eversivo, al pari di «contrade adiacenti» aveva infierito «con forza lo spirito di sedizione: e ne [eran] prova i vari processi per misfatti politici», fu emesso un nuovo mandato di arresto «in linea di prevenzione». All’inizio del febbraio 1851 i fratelli Simplicio e Michele vennero rinchiusi nel carcere della prefettura di Napoli e il 2 marzo il cav. Teodoro Pappalettere chiese il loro rilascio poiché essi non avevano «commesso reato di sorta» (Archivio di Stato di Napoli, Ministero di Polizia, Gabinetto, pand. 30, f. 616). La detenzione non durò a lungo ed essi furono rilasciati in quanto la «istruzione non offr[iva] elementi di colpabilità, né tracce conducenti ad acquistarne» (T. Leccisotti, L’Abate Frisari … cit., p. 205). Il 31 maggio 1851 re Ferdinando li destinò alla «famiglia di S. Severino» in Napoli e il giorno dell’onomastico del sovrano i fratelli Pappalettere scrissero al sovrano: «La nostra coscienza, o Sire, ci assicura di avere sempre compiuti i santissimi doveri di sudditi devoti e fedeli, ma forse involontariamente mancammo … ed ora … ardiamo supplicarla di porci ad ogni pruova per cancellare dal Suo Reale Animo qualunque dubbio sul nostro elevato ed immutabile attaccamento». Quando nel 1856 Ferdinando II e altri componenti della famiglia reale borbonica tornarono a Montecassino, nell’ultima visita sovrana alla badia cassinese, il «re non ebbe neppure per nessuno e nemmeno per [Tosti] asprezza e severità alcuna» (E. Jallonghi, Montecassino … cit., p. 431).

30 Archivio di Stato di Napoli, Ministero di Polizia, Gabinetto, pand. 30, f. 616.

31 Il 25 marzo 1850, per espressa volontà di Pio IX, era stato ordinato abate di Montecassino d. Michelangelo (al secolo Pietro Geremia) Celesia, palermitano (1814-1904), con il compito di riorganizzare la diocesi. Fu nominato «dopo le convulsioni del ’48-49, come persona accetta a Ferdinando II: il suo governo, pur illuminato e benefico, aveva perciò assunto quasi un aspetto, se non proprio di punizione, di reazione alle tendenze liberaleggianti» (T. Leccisotti, Pio IX e il “caso” dell’abate Pappalettere, in «Pio IX», 2, 1975, p. 206). Tuttavia a giudizio delle autorità borboniche la nomina abbaziale di Celesia rappresentava solo un mutamento di «tattica de’ religiosi» poiché essi comunque continuavano a far ricorso «alla via occulta della cospirazione settaria e alla protezione ai cospirati» (Archivio di Stato di Napoli, Ministero di Polizia, Gabinetto, pand. 30, f. 616, sf. 6). D. Michelangelo Celesia nel marzo 1858 passò a Roma come procuratore generale della congregazione benedettina (mentre a Montecassino il capitolo generale eleggeva d. Simplicio Pappalettere), poi il 23 marzo 1860 fu nominato vescovo di Patti. Trasferitosi a Palermo, di cui fu cardinale arcivescovo, si segnalò per il suo intransigentismo non riconoscendo mai il nuovo governo unitario per cui fu costretto a fuggire a Roma. Strenuo difensore della politica reazionaria e dogmatica della Santa Sede rimase legato all’entourage borbonico presso la corte in esilio di Francesco II a palazzo Farnese, quindi in Baviera (S. Trinchese, Su alcuni abati di Montecassino tra Risorgimento e Unità, in S. Casmirri, a cura di, Lo Stato in periferia. Poteri locali e politica nazionale nel Mezzogiorno postunitario, Centro editoriale d’Ateneo, Università degli Studi di Cassino 2003, p. 235).

32 Archivio di Stato di Napoli, Ministero di Polizia, Gabinetto, pand. 30, f. 616.

33 T. Leccisotti, Uno dei tentativi di Conciliazione del 1861, in «Archivio storico per le Province Napoletane», a. II, LXXXXI, Società Napoletana di Storia Patria, Napoli 1963, p. 420 n. 4.

 

 

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