Trecento sepolti vivi tra le macerie dell’Abbazia. La IV distruzione di Montecassino.


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«Studi Cassinati», anno 2018, n. 2
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di Fernando De Rosa*

Pubblichiamo due articoli apparsi su quotidiani romani, scritti da uno dei sopravvissuti alla distruzione del cenobio cassinese nonché, a corredo, una lettera autografa dell’abate Ildefonso Rea.

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8 DeRosa1Sono passati sei anni da quel 20 maggio 1944 quando l’ultimo colpo di cannone pose fine agli eventi di cui teatro la città di Cassino. Il tempo ha già cancellato dalla mente e dal cuore degli italiani una data, purtroppo mai rievocata che il luogo per lunghi mesi duramente conteso dagli eserciti stranieri. E con esso cadeva «liberata» la storica Abbazia che esattamente 95 giorni prima squadriglie di fortezze volanti ad ondate successive alternantisi con fitti cannoneggiamenti distrussero, lasciando sepolta viva la gran parte dei profughi accorsi nel sacro luogo invano sperando di vivere ancora, pregando e invocando il Santo. Trecento ne perirono: uomini, donne, bambini che vissero gli ultimi momenti senza speranza di salvezza, che sopportarono chissà con quale strazio l’atroce supplizio della asfissia.

Fino alla vigilia del giorno fatale, 14 febbraio 1944, essi già tremendamente provati dalla guerra per essere stati sfollati nelle diverse località circostanti, credettero, rifugiatisi nel Monastero di Montecassino, che quivi fosse terminata la loro tragedia: sovente si guardavano l’un l’altro per riconoscersi, per dirsi fortunati di tornare un giorno alla vita, ciascuno nel proprio focolare domestico. Nel pomeriggio di quel giorno, mentre al di là del perimetro extraterritoriale le artiglierie degli anglo-sassoni infuriavano e sulla zona volavano le «cicogne», una granata a salve lasciò cadere nei Chiostri del Monastero alcuni volantini. Erano questi messaggeri di notizie i cui riflessi furono il sacrificio dei morti e sono ancora oggi l’ambascia dei superstiti: l’esercito «liberatore» esortava i rifugiati di Montecassino ad abbandonare immediatamente quelle mura che «era costretto a violare con qualunque arma» poiché i tedeschi avevano tratto grandi vantaggi se ciò fino ad allora non era stato fatto. Fu questo il pretesto che valse a far commettere uno dei più grandi crimini che l’ultima guerra ricordi, crimine destinato poi ad essere presto dimenticato. Non un tedesco si faceva scudo dell’Abbazia nella quale era tassativamente vietato l’ingresso; né gli anglo-sassoni ignoravano ciò, essendo ben visibile dalle loro “cicogne» che mai cessavano di ronzare sul Templio, l’esistenza di soli civili nel luogo. E del crimine prova ne è (oltre la testimonianza dei superstiti e la dichiarazione a suo tempo prodotta del Vescovo Mons. Diamare) il fatto che un bombardamento terrestre, quant’altri mai violento, tenne isolato il Monastero fino a pochi momenti prima di quello aereo del giorno successivo da un cerchio di fuoco dal quale era evidente come non uno solo dei rifugiati nel Convento che per tutta la notte attesero invano un momento di tregua per un esodo di massa, potesse abbandonare l’Abbazia minacciata dalla furia distruttrice.

8 DeRosa2Era, quello del 15 febbraio 1944, un bel mattino di primavera: il sole ancora pallido accarezzava le foglie umide degli ulivi che nella loro austera compattezza formavano attorno al Monastero una verde collana. Visibile da una feritoia era l’ondeggiare di quel mare di verde, prodotto dalla schiera di proiettili che con i loro fischi rabbiosi imperversavano dalla notte intiera. Allora cessarono quando un rombo lontano, un suono strano che ossessionava incominciò ad essere viepiù percepito da orecchie in ascolto. Un indescrivibile panico sorge tra gli astanti: bimbi che piangono e donne che pregano, uomini che invocano. Fuori, grandi e numerosi bombardieri, sono a poca distanza dall’obiettivo: ma non vedete o macchine di guerra, macchine di morte corpi distesi tra la polvere sotto quella buia volta a cui si accede dal Chiostro del Priore! Essi sono inermi e già sepolti, fermatevi! Un momento ancora e poi … è passata la morte! L’unica porta della grande volta ha ceduto al crollo di un pilastro del Chiosco, rimanendo sepolta. Ma un filo di speranza è ancora in quelle anime affrante perché un foro, miracolosamente apparso, ha lasciato uscire qualcuna di esse. Grida, lamenti. Tutti i prigionieri si accalcano presso quel foro, unica via di salvezza, perché anche la piccola finestra con grata di cui la volta stessa è fornita, è coperta. Ancora grida di terrore, invocazioni di aiuto: torna di nuovo nel cielo la morte ancora esplosivi. Non più grida adesso, non più invocazioni di soccorso. La grande volta è tomba, i sepolti sono vivi.

Il cielo fuori diviene grigio come una cappa di piombo e quel colore pare preannunci il temporale. Attorno tutto tace mentre le chiuse mura lunghe e strazianti ore dovranno ancora passare perché la morte giunga vera liberatrice.

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* «Il Giornale della sera», domenica 21 maggio 1950.

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