Il cimitero S. Bartolomeo di Cassino


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«Studi Cassinati», anno 2020, n. 1-2
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di Emilio Pistilli

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Il cimitero civile S. Bartolomeo di Cassino trae il suo nome dall’omonima strada extraurbana che dalla via Casilina su conduce alle contrade S.  Michele, S. Antonino e Cappella Morrone.

Notizie storiche sulle sue origini e vicende sono del tutto scarse a causa della perdita totale di ogni archivio, pubblico o privato, determinata dalle devastazioni belliche del 1943/44, quando la città di Cassino fu letteralmente rasa al suolo.

La sepoltura delle salme è stata sempre un problema con il quale le popolazioni hanno dovuto confrontarsi: dall’inumazione all’incinerazione, dalla creazione di apposite necropoli all’usanza, in epoca romana, di collocare le tombe lungo le strade extraurbane; ma sempre per motivi religiosi ed igienici al contempo. Coll’avvento del cristianesimo e con l’edificazione di edifici di culto si è allentata l’attenzione sulla questione igienico sanitaria limitandosi ad utilizzare apposite catacombe o i sotterranei delle chiese per la collocazione delle salme.

Nell’area di Cassino non troviamo, nel lontano passato, luoghi deputati esclusivamente alle sepolture; fanno eccezione le necropoli dell’età del ferro rinvenute a ridosso dell’area archeologica dell’antica Casinum; numerose, invece, sono le tombe sparse in svariate zone del territorio del tipo a “cappuccina” a “cassa”, ecc., lungo le strade, ma talvolta anche in piccoli raggruppamenti.

In tempi più recenti per Cassino abbiamo notizia di inumazioni all’interno di chiese, che, per questa ragione, possiamo definire chiese cimiteriali: tra queste ricordiamo le chiese di S. Anna, di S. Rocco, del Carmine, dell’Annunziata, tutte distrutte dalla guerra.

Intanto nel sec. XVIII veniva meno questa usanza a seguito di nuove norme che imponevano il trasferimento dei cimiteri in aree extraurbane. Ricordiamo al riguardo i decreti di Parigi del 20/05/1765 e quello di Tolosa del 1774.

Per avere una normativa efficace e definitiva bisogna giungere all’inizio del sec. XIX, con il codice napoleonico del 1804. Questo prevedeva un’apposita legislazione che si ispirava a principi igienici ma anche di carattere sociale tendenti a eliminare disparità di ceto tra gli inumati. Le disposizioni napoleoniche stabilivano, tra l’altro, che i cimiteri fossero posti distanti dai luoghi abitati, in particolare a non meno di 200 metri dalle abitazioni e dagli edifici pubblici.

Non sembra che a Cassino – che a quel tempo si chiamava S. Germano – l’editto francese avesse avuto immediata applicazione.

Infatti è solo nel 1837 che abbiamo notizia certa dell’edificazione di una struttura cimiteriale pubblica. In quell’anno tutto il Regno di Napoli fu colpito da una terribile epidemia di colera; le prime vittime a S. Germano si registrarono verso il mese di luglio. Ciò impose un intervento di urgenza da parte degli amministratori pubblici dell’epoca: «5 agosto 1837 – Con lettera de’ 4 agosto 1837 il Signor Sottointendente ha ordinato che da due Professori Sanitari locali, deputati dalla Commissione Sanitaria, si destini un luogo per il cimitero dei colerici».

A tale scopo fu destinata l’area a ridosso della via S. Bartolomeo.

Lì sorgeva una cappella dedicata a S. Bartolomeo, protettore dei conciatori.

Una citazione recente della chiesa di S. Bartolomeo è registrata all’indomani del disastroso passaggio delle truppe francesi nell’ambito di una serie di visite pastorali dell’abate di Montecassino Marino III Lucarelli (ab. 1797-1804) alle chiese di S. Germano: il 5 aprile, si legge nel registro delle visite del 1800 conservato a Montecassino, la chiesa di S. Bartolomeo «di patronato della famiglia Tarsia, rappresentata dai fratelli d. Angelo e d. Bartolomeo, era con un solo altare e senza arredi sacri, i quali però venivano custoditi dai patroni e forniti quando vi si celebrava la messa»1.

Dunque alle spalle di tale chiesa, in posizione alquanto arretrata, fu costruito il cimitero di Cassino, come già detto. All’interno di esso, in un anno imprecisato del secolo XIX (seconda metà), furono edificate le cappelle cimiteriali delle confraternite di S. Antonio Abate (della chiesa maggiore di S. Germano) e del SS. Sacramento o del Corpo di Cristo, detta del Riparo perché connessa all’omonima chiesa. In esse si possono ancora leggere lapidi risalenti alla seconda metà dell’Ottocento, cosa importante per Cassino, che, a causa della guerra, conserva ben poco del passato prebellico. L’estensione del cimitero doveva corrispondere, presumibilmente, all’area evidenziata in Fig. 1.

Fig. 1.

Fig. 1.

Fig. 2.

Fig. 2.

Fig. 3.

Fig. 4.

Fig. 4.

Successivamente fu ampliato con l’avanzamento fino alla strada S. Bartolomeo, dove ora corre il recinto orientale (Fig. 2). La cappella fu abbattuta e ricostruita sul luogo dell’ingresso del vecchio muro, come la vediamo oggi. A partire da tale punto fu realizzata una pianta con l’esedra centrale richiamando la tipologia dei cimiteri ottocenteschi: viale centrale dall’ingresso principale alla cappella/chiesa, destinata alle onoranze funebri. Dal viale si dipartono vialetti laterali ortogonali o a raggiera, come nel caso del nostro cimitero. All’interno della esedra il prato destinato alle sepolture di emergenza per epidemie o catastrofi (Fig. 3).

I due monumentini dedicati alle vittime civili di guerra posti subito dopo l’attuale ingresso principale (Fig. 4), furono collocati nel 1964 in occasione della visita di papa Paolo VI, che donò anche l’artistica lampada sospesa sul monumento di destra.

Qualche decennio fa il cimitero di Cassino è stato ampliato (più che raddoppiato) estendendosi alle spalle del vecchio, in direzione ovest, mentre ora sono in corso nuovi lavori per la realizzazione di nuovi loculi.

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NOTE

1 T. Leccisotti, Stralcio da una visita pastorale, in «Bollettino Diocesano» di Montecassino, 1975, n. 3, p. 213 e sgg.; Visitationes ab anno 1787 ad annum 1802, in Archivio di Montecassino, Reg. XXXXIV.

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