Cassino e il XX settembre 1870. La Rocca Janula


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«Studi Cassinati», anno 2020, n. 3-4
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di Gaetano de Angelis-Curtis

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22_1 De AngelisDa più di un millennio il panorama di Cassino è dominato dalla presenza di quella che localmente è chiamata semplicisticamente «Rocca Janula» ma che è un castello, edificato sul colle Janulo. Fu l’abate Aligerno che, dopo la sua elezione nel 949, dette avvio alla costruzione allo scopo di fortificare e rinforzare le difese dell’abbazia. «Il nuovo castrum doveva avere, secondo le intenzioni dell’abate, la funzione di acquartieramento di truppe e materiali da difesa, a non molta distanza dal monastero», considerando che non fosse conveniente tenere delle soldatesche all’interno di un luogo sacro come l’abbazia, «e più a contatto con la sottostante pianura». Furono poi i successivi abati a dotarlo di nuove strutture. L’abate Mansone (986-996) fece costruire la cinta muraria, l’abate Gerardo (1111-1123) «vi aggiunse, nel cortile interno, la massiccia torre centrale a pianta pentagonale» oltre che una chiesa. Fra alterne vicende, splendori e decadenza, distruzioni e ricostruzioni, perdite di possesso da parte dell’abbazia e riacquisizioni, a inizio del XVII la Rocca risultava semidistrutta e abbandonata, poi nel 1742 venne incamerata nel demanio dello Stato finché nei primi anni del XX secolo fu restaurata1.

Nel corso del 1870 venne apposta sulla Rocca Janula una lapide che così recita:

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Era stato don Titto Terenzi, sacerdote e docente presso il Liceo classico, a dettare l’epigrafe incisa su una lastra di marmo, della misura di m. 1,02 per m. 0,93, che fu collocata ai piedi della torre di Pirro sulla rampa d’accesso alla chiesa dell’Annunziata.

La frase dettata da d. Terenzi e scolpita nella pietra voleva rimarcare la fine di un’era e l’inizio di una nuova epoca nel momento in cui con il 20 settembre 1870 era stata finalmente raggiunta una forte aspirazione risorgimentale, quella di Roma, la «città eterna», posta a capitale del nuovo Regno di quell’Italia in gran parte unificata (con l’esclusione delle terre irredente).

22_2 De AngelisCosì al passato caratterizzato da guerre sanguinose, si andava a contrapporre il raggiungimento, nel 1870, della pace. In sostanza l’epigrafe intendeva sottolineare che con l’Unità d’Italia era venuta a cessare la secolare funzione militare della Rocca Janula e che quel luogo, il quale era legato intensamente e intimamente a fatti bellici fin dalla sua costruzione, cessava definitivamente di essere un luogo di battaglie e di guerre sanguinose per essere consacrato a un ideale di pace.

L’area della Rocca era stata affidata alla stessa congregazione religiosa che teneva in custodia la vicina chiesa dedicata a Maria SS. Annunziata, chiamata dagli abitanti di Cassino la «Madonna della Rocca». La chiesa era stata costruita nella prima metà dell’Ottocento «a ridosso della cortina interna, a lato d’una piccola sorgente», per iniziativa di Biagio Di Micco che «col suo povero pecunio e con l’obolo raccolto soldo a soldo tra la gente», fece erigere «una chiesetta romita alla sua Madonna», Maria SS. Annunziata, «poi detta dal popolo la Madonna della Rocca»2. La presenza della chiesa aveva dato luogo alla festa della Madonna della Rocca che si teneva il lunedì di Pentecoste. Fin dalle prime ore della mattina di quel giorno allora festivo3, i fedeli si radunavano nei pressi del recinto della Rocca. Poi, alle otto di sera, la statua della Madonna veniva portata in processione fino alla chiesa madre. Qui sostava per l’intera settimana finché nella domenica successiva, festa della SS. Trinità, veniva ricollocata nella cappella della Rocca4.

 Nel 1943-44, un settantennio più tardi al messaggio di pace dettato di d. Terenzi e scolpito sulla lapide, si abbatté sulla Rocca Janula, sulla sovrastante abbazia e sulla sottostante città un nuovo cataclisma bellico, con una violenza e una forza distruttiva mai provata in precedenza.

Nel corso dei recenti e opportuni lavori di riedificazione e restauro della Rocca, la lapide è stata rinvenuta tra le macerie. Quindi si è provveduto alla sua risistemazione nel sito, purtroppo però è stata collocata in una posizione defilata, poco fruibile. Proprio in considerazione del valore storico intrinseco e per essere fortunosamente scampata alla furia bellica distruttrice appare fortemente auspicabile una sua collocazione più consona.

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NOTE

1 E. Pistilli, a cura di, La Rocca Janula di Cassino, Edizioni Cassino srl, Cassino 2000, pp. 6-7. La prima volta che si trova citata la Rocca Janula è all’interno in un documento datato 7 giugno 967 in cui sono elencati i castelli e le torri concessi dai principi Pandolfo e Landolfo di Capua a Montecassino. Il toponimo Janula-Janulo per molto tempo è stato accostato alla presenza di un tempio dedicato al dio Giano, di cui, però, non si ha riscontro storico. Invece la voce latina Janula, che significa piccola porta, ha portato a ipotizzare che in quel luogo «dovesse aprirsi una piccola porta di accesso al sistema difensivo della città romana di Casinum» (Ivi, p. 10).

2 C. Baccari, Foglie nel turbine, stampato pro manoscritto, Saipem, Cassino-Roma 1977, p. 373. Biagio Di Micco, nonno materno di Carlo Baccari, era un commerciante di terraglie e vetreria, sposato con Teresa Cicala, ambedue provenienti dal napoletano, il cui negozio era ubicato in corso Vittorio Emanuele II, vicino al largo delle Tre colonne (T. Vizzaccaro, Cassino dall’Ottocento al Novecento, S.E.L., Roma 1977, p. 414 n. 18).

3 Per secoli nel corso dell’intera settimana di Pentecoste era vietato il lavoro servile. Poi il Concilio di Costanza del 1094 limitò la festività ai primi tre giorni della settimana, quindi nel 1771 si giunse all’abolizione del riposo del martedì e infine anche il lunedì cessò di essere un giorno festivo con l’abrogazione sancita da papa Pio X nel 1911. Gaetano Di Biasio era nato il giorno della festa della Madonna della Rocca, il 21 maggio 1877, lunedì di Pentecoste. Il padre Antonio era salito sulla Rocca portandosi «naturalmente pagnottella di salame, prosciutto, taralli ed “andritata’, acquavite e vino e vino». Si trovava ancora sul colle «a divertirsi» quando gli fu comunicato della nascita del figlio. Gaetano Di Biasio conosceva l’epigrafe dettata dal «valoroso latinista di quei tempi, il sacerdote Don Titto» e che riteneva fosse «scomparsa sotto il fioccar delle bombe il 15 marzo 1944!» (G. Di Biasio, Diario 1943-1957, a cura di Silvana Casmirri e Gaetano de Angelis-Curtis, F. Ciolfi ed., Cassino 2012, pp. 273, 291-292).

5 E. Pistilli, a cura di, La Rocca Janula … cit., pp. 17-18.

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