Il bombardamento di S. Ambrogio sul Garigliano nei ricordi di Annunziata Di Biasio


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Studi Cassinati, anno 2010, n. 4

di Annunziata Di Biasio


I tragici giorni della guerra sono ancora vivi nella mia memoria e hanno lasciato un segno indelebile nella mia vita.
Sono nata a S. Ambrogio il 7 ottobre 1932, figlia di Marciano, nato a S. Ambrogio sul Garigliano e di Maria Lanni, nata a Cassino. Durante la guerra, dopo il bombardamento dell’aeroporto di Aquino del 19 luglio 1943, da Cassino, dove vivevamo e dove i miei genitori lavoravano presso le Poste, ci trasferimmo a S. Ambrogio sul Garigliano sperando di metterci al riparo dai pericoli dei bombardamenti nella convinzione che, trasferendoci in un piccolo paese, ci saremmo risparmiati l’ira della guerra. Non fu così; solo dopo pochi giorni da quel terribile bombardamento gli aerei ritornarono a solcare il cielo e questa volta erano diretti verso di noi.
In quel periodo, io, mia madre, mia zia, mio fratello e mia sorella eravamo ospiti di amici: eravamo proprio davanti casa quando, con lo sguardo rivolto all’insù, cominciammo a contare il numero di aerei che sorvolavano il nostro paese. Non avemmo il tempo di renderci conto di quanto stava per accadere che una bomba colpì in pieno la casa dove eravamo rifugiati distruggendo tutto. Insieme a noi c’erano tante altre persone, molte furono ferite ma tante altre rimasero uccise, tra esse Annibale Simeone che fu completamente dilaniato dalle bombe. Annibale fu soccorso subito dalla madre che, ricordo bene, indossava tipici abiti delle donne del luogo; ma ancor meglio ricordo, e non lo scorderò mai, aveva gli occhi pieni di disperazione mentre era intenta a raccogliere nel grembiule i resti del proprio figlio piangendo e benedicendolo; un’altra donna colpita al collo da una scheggia, fu soccorsa e portata in un rifugio che era lì vicino; un’altra, colpita ad un polmone, fu messa su di una “sporta“, una stuoia di falasca, e sistemata su un pavimento in pendenza per far defluire il molto sangue che perdeva. Dopo questi tragici fatti, fummo presi dai tedeschi e trasferiti a Vallemaio dove rimanemmo fino a marzo; infine fummo portati tutti a San Giovanni Incarico dove sapemmo del bombardamento e della distruzione del 15 marzo di Cassino.
Dopo un lungo periodo di fame e freddo ritornammo finalmente al nostro paese dove oltre ad essere infestati dai pidocchi, dovemmo far fronte all’epidemia di malaria perniciosa, che colpì gran parte della popolazione. Mio zio Edoardo, mia zia Giovina, che era incinta di sette mesi, ed io dormivamo su un letto di paglia, quando mia zia ci morì accanto senza che noi ce ne rendessimo conto. La cosa più triste fu che malgrado mia zia fosse morta, la bambina che portava in grembo le sopravvisse ma non riuscimmo a trovare nessuno che potesse salvarla; impotenti dovemmo aspettare che finisse l’agonia di quella piccola creatura per dare ad entrambe una degna sepoltura.
Il ricordo più bello nella tristezza della guerra, è legato all’arrivo degli americani ed in particolare ad un colonnello medico, zio dell’ex Sindaco di Cassino, professore Francesco De Rosa, nonché fratello di una nostra compaesana, Rachele: fu lui che ci aiutò con la somministrazione del chinino a superare la malaria e a darci la speranza di avere ancora un futuro.

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